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La realtà dei paesi dell'Europa dell'est
Frank:
https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bulgaria/Europee-in-Bulgaria-sotto-il-segno-della-corruzione-194466
--- Citazione ---Europee in Bulgaria, sotto il segno della corruzione
Una serie di scandali ha scosso la Bulgaria alla vigilia delle prossime elezioni europee, e rischia di condizionare i risultati e mettere in secondo piano il dibattito sui grandi temi del futuro dell'Unione
15/05/2019 - Francesco Martino Sofia
Appartamenti acquistati a prezzi stranamente agevolati da parte di politici e funzionari pubblici. Fondi europei utilizzati per costruire “guesthouse” e agriturismi, poi utilizzati come case-vacanza o abitazioni private, sempre da parte di amministratori pubblici, spesso dietro la cortina fumogena di ditte compiacenti, prestanomi e parenti vari.
La campagna elettorale per le elezioni europee in Bulgaria è segnata da una serie di scandali - esplosi nelle scorse settimane - che hanno messo di nuovo sotto accusa la classe dirigente di un paese che, secondo Transparency International , conserva stabilmente da anni il poco invidiabile primato di paese Ue con la corruzione percepita più forte.
A pagarne lo scotto al momento è soprattutto GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria), il movimento conservatore del premier Boyko Borisov, che nonostante le dimissioni di alcune figure chiave, oggi arranca nei sondaggi, e secondo le ultime rilevazioni, potrebbe finire superato dall'opposizione socialista.
Case, immobili e fondi europei
Il primo scandalo - presto ribattezzato “Apartamentgate” dai media locali - è scoppiato lo scorso marzo, quando un'inchiesta giornalistica ha portato alla luce acquisti immobiliari a Sofia dai prezzi sospetti, con alcune delle figure chiave di GERB tra i protagonisti: personaggi politici del calibro di Tsvetan Tsvetanov, eterno scudiero di Borisov e numero due del partito, o della ministra della Giustizia Tsetska Tsacheva, già candidata di GERB nelle ultime elezioni presidenziali.
In un contesto tutt'altro che chiaro, i fortunati acquirenti avevano potuto usufruire di drastici sconti sull'acquisto di appartamenti di lusso in alcuni dei quartieri “in” della capitale. I prezzi di favore erano gentilmente garantiti dalla compagnia “Arteks”, che caso o meno, ha goduto di una modifica di legge che ha esteso i permessi (ormai scaduti) relativi alla costruzione di un controverso grattacielo nel quartiere di Lozenets. Tutti i politici coinvolti hanno negato qualsiasi illecito, ma le teste sono rotolate: Tsvetanov ha dovuto rinunciare alla carica di deputato e capogruppo di GERB in parlamento, la Tsacheva al ministero (in compagnia di altri due vice-ministri).
E ancor prima che l'“Apartamentgate” si placasse, un nuovo scandalo ha scosso i piani alti del potere: un numero indefinito di “guesthouse” e agriturismi, costruiti o rinnovati utilizzando generosi contributi europei per lo sviluppo delle aree rurali, si sono rivelati lussuose case private, utilizzate da politici e funzionari, e spesso intestate a parenti e amici.
Il primo caso a fare scalpore ha coinvolto il vice-ministro dell'Economia Aleksander Manolev (dimessosi anche lui il 17 aprile scorso), che avrebbe utilizzato come casa per le vacanze una guesthouse costruita su un terreno di sua proprietà nella regione termale di Sandanski, in Bulgaria sud-orientale. L'opera, finanziata dai fondi per lo sviluppo regionale dell'Ue, ha ricevuto un sostanzioso contributo di 380mila leva (195mila euro): denaro che (forse) ora dovrà essere restituito.
Esposte dai media, le istituzioni preposte si affannano ora ad effettuare verifiche su tutte le circa 700 guesthouse realizzate negli ultimi anni coi contributi europei. Le prime sentenze intanto sono di stampo prettamente politico: martedì 14 maggio anche il ministro dell'Agricoltura Rumen Porozhanov, che nel suo precedente ruolo di direttore del “Fondo Agricoltura” era responsabile dei controlli sul versamento dei contributi europei, ha presentato ufficialmente le sue dimissioni.
Testa a testa
Come già fatto in passato in occasione di scandali e difficoltà, il premier Borisov ha rispolverato la carta della severità (in passato Borisov è stato a capo della polizia) e della disciplina di partito, promettendo “le punizioni più pesanti a tutti [i membri di GERB] che non hanno pensato alle conseguenze delle proprie azioni e che si sono abbandonati all'idea che tutto fosse loro permesso”. “Presentare le proprie dimissioni è solo metà dell'opera”, ha tuonato corrucciato il premier.
Secondo gli ultimi sondaggi, la strategia di contenimento del danno sta funzionando solo in parte. Dopo lunghi anni di egemonia politica, GERB subisce un'emorragia di consensi legata in modo esplicito agli scandali in corso, ed è stata raggiunta e forse superata dal Partito socialista bulgaro (BSP), in un testa a testa che verrà deciso negli ultimi giorni di campagna elettorale.
Anche i socialisti, però, sembrano più impegnati nelle lotte interne di partito che concentrati ad approfittare delle evidenti difficoltà di GERB. Le divisioni sono culminate durante la definizione delle liste elettorali, sfociata in una lotta senza esclusione di colpi, che per poco non ha portato alla clamorosa esclusione di Sergei Stanishev, attuale leader del Partito socialista europeo.
Oltre ai due principali partiti, dati appaiati intorno al 32% delle preferenze, anche il Movimento per i Diritti e le Libertà (DPS), tradizionale riferimento politico della minoranza turca, accreditato del 9-10% dovrebbe riuscire con certezza ad inviare eurodeputati a Bruxelles. Reali chance di raccogliere voti a sufficienza per almeno un europarlamentare le hanno anche i nazionalisti della VMRO e l'alleanza “Bulgaria democratica”, che raccoglie le varie anime della destra liberale e ambientalista.
La serie di scandali ha riacutizzato la tradizionale sfiducia degli elettori nei confronti della politica bulgara, e il numero di cittadini che si dichiarano pronti a votare è in calo costante (32,9% a fine aprile). Con un'affluenza che si preannuncia addirittura più bassa di quella del 2014 (35,84%), il risultato del voto dipenderà sostanzialmente dalla capacità dei principali partiti di mobilitare il “nucleo forte” del proprio elettorato, mentre lo spazio per il cambiamento risulta inevitabilmente ridotto.
Dibattito sul futuro dell'Ue: non pervenuto
Schiacciate dagli scandali, interpretate come un referendum sull'attuale esecutivo, snobbate da una fetta sostanziale dell'elettorato, le prossime elezioni europee rischiano di essere per la Bulgaria un'occasione mancata per discutere sul futuro dell'Unione europea in quella che è probabilmente la sua fase storica più delicata.
I temi centrali di come riformare e rendere più efficiente l'Ue restano, almeno per il momento sullo sfondo, inesplorati da un serio dinamico dibattito politico. Un vero e proprio paradosso, considerato che per la Bulgaria l'Unione ha rappresentato in questi decenni – e continua a rappresentare - il pilastro della stabilità politica e il principale motore dello sviluppo economico.
--- Termina citazione ---
https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bulgaria/Europee-in-Bulgaria-vince-Borisov-astensione-record-194844
--- Citazione ---Europee in Bulgaria: vince Borisov, astensione record
Contraddistinte da un tasso di astensione record, le elezioni europee in Bulgaria hanno segnato una nuova affermazione per il premier Borisov, che vince nonostante gli scandali e le previsioni sfavorevoli della vigilia
29/05/2019 - Francesco Martino Sofia
Dovevano essere un emozionante testa a testa da risolvere al fotofinish, e invece anche stavolta non c'è stata storia: GERB (Cittadini per uno Sviluppo Europeo della Bulgaria), il movimento conservatore del premier Boyko Borisov, ha vinto le elezioni europee di domenica scorsa con un largo margine sul Partito Socialista Bulgaro (BSP).
Sono stati così smentiti i numerosi sondaggi della vigilia, che davano Borisov e il suo partito in difficoltà dopo la serie di scandali di corruzione che ha scosso il paese alla vigilia del voto. Alla fine dello spoglio, GERB ha ottenuto il 31,07% dei voti e sei seggi al parlamento di Bruxelles, superando di più di sei punti percentuali i socialisti, fermi al 24,26%.
Ottengono seggi in parlamento anche il Movimento per i diritti e le libertà (DPS), tradizionale riferimento della minoranza turca (16,55% - 3 seggi), i nazionalisti della VMRO (7,36% - 2 seggi) e la destra liberale di “Bulgaria democratica” (6,06% - 1 seggio).
I risultati elettorali, però vanno tutti letti tenendo presente la fortissima astensione. In controtendenza rispetto al resto dell'Unione europea, dove la partecipazione elettorale è stata in rialzo rispetto al voto di cinque anni fa, in Bulgaria il numero dei votanti è sceso ancora, passando dal risicato 35,84% registrato nel 2014 ad un ancor più risicato 33,28%.
"Una percentuale di votanti così bassa è uno schiaffo a tutto il sistema politico da parte della grande maggioranza dei cittadini bulgari", ha dichiarato a seggi chiusi il presidente Rumen Radev. "Dovremmo chiederci come mai il tasso di affluenza è la metà rispetto alla maggior parte degli altri paesi europei".
Nessun ribaltone
A queste elezioni GERB si era presentata con non poche difficoltà. Nelle settimane prima del voto una serie di pesanti scandali, come il cosiddetto “Apartamentgate”, ha toccato e bruciato alcune tra le personalità di spicco del partito, tra cui l'eterno scudiero di Borisov, Tsvetan Tsvetanov.
Per rispondere alla situazione complicata, Borisov ha reagito con decisione. Prima ha messo in campo la strategia del “pulire il cortile di casa”, già utilizzata con successo più volte in passato, costringendo alle dimissioni i quadri del partito più compromessi. Poi ha preso il controllo personale della campagna elettorale, battendo il paese soprattutto nelle ultime settimane, per motivare il nucleo duro del partito ad andare alle urne.
Seguito da una frotta di telecamere Borisov ha inaugurato, tagliato nastri, visitato buona parte dei centri più importanti del paese. Per il premier attirare la luce dei riflettori si è rivelata, ancora una volta, la mossa vincente.
Per Borisov e il suo governo, i risultati di domenica rappresentano una boccata d'aria fresca, dopo i venti di tempesta dei mesi scorsi. GERB, spina dorsale dell'esecutivo, ha rafforzato le proprie posizioni, e il governo dovrebbe ora navigare con una certa tranquillità, almeno fino alle elezioni amministrative del prossimo autunno.
Umori opposti invece nella storica sede del Partito socialista Bulgaro, in via Positano a Sofia (per la cronaca, intitolata al diplomatico italiano Vito Positano). A lungo i socialisti hanno apertamente sperato di superare GERB: nelle visioni più ottimistiche, le europee dovevano segnare il primo passo verso la caduta del governo e nuove elezioni anticipate.
Per vincere, però, i socialisti hanno fatto più affidamento alle difficoltà di GERB che alle proprie forze. Anzi, si sono presentati all'appuntamento elettorale spaccati, con una lotta di potere e posizioni che ha visto una di fronte all'altro la segretaria del partito Kornelia Ninova e l'attuale segretario dei Socialisti europei, Sergey Stanishev.
Alla fine Stanishev, inizialmente escluso dalle liste, si è preso la sua rivincita, conquistando a suon di preferenze un nuovo seggio a Bruxelles. La Ninova, invece, si è dovuta assumere la responsabilità politica del risultato deludente, e ha presentato ieri le proprie dimissioni.
Equilibri che cambiano, equilibri che restano
Come previsto, i risultati di domenica hanno ribadito il Movimento per i diritti e e le libertà (DPS) come terza forza nel paese. Rispetto a cinque anni fa, il partito, oggi guidato da Mustafa Karadayi ha milgiorato il proprio risultato di qualche punto percentuale, anche se ha perso un eurodeputato.
Ora l'interrogativo più grande riguarda il controverso deputato e tycoon mediatico Delyan Peevski, secondo nella lista del DPS e quindi con in tasca un seggio assicurato a Bruxelles. Peevski, però, per il momento non ha sciolto le riserve e non ha ancora annunciato se accetterà il mandato nel parlamento europeo, oppure se resterà ad occuparne uno in quello di Sofia.
Più dinamica invece la situazione nel campo dei nazionalisti, uniti nella coalizione “Patrioti uniti” e partner minore della coalizione di governo, ma presentatisi separatamente alla tornata europea. Il chiaro vincitore in questo settore dell'elettorato è la VMRO: ha raccolto l'intera posta o quasi, portando a Bruxelles non solo il capolista Angel Dzhambaski, ma anche il colorito ex-regista Andrey Slabakov, distintosi negli ultimi anni soprattutto per la sue posizioni pro-tabacco.
Gli altri due movimenti della coalizione nazionalista, ATAKA e il Fronte nazionale per la salvezza della Bulgaria (NFSB) raccolgono le briciole, un cambiamento nei rapporti di forza che probabilmente lascerà il segno. I segni di inquietudine, in una coalizione segnata da rapporti spesso burrascosi, sono in crescita: dopo la chiusura delle urne, Dzhambaski ha annunciato di voler portare in tribunale per diffamazione e ingiurie lo storico leader di ATAKA Volen Siderov, che lo ha ripetutamente attaccato durante la campagna elettorale.
Come analizzare i risultati
Tra forte astensione e la quasi totale assenza dal dibattito di temi e questioni europee, il voto di domenica in Bulgaria è stato un voto dominato dallo scontro politico interno. Borisov ne esce vincitore per le sue indubbie capacità di mattatore elettorale, rafforzate da un sistema mediatico molto indulgente nei confronti del potere. Se il voto di domenica era un referendum sull'operato del governo, il risultato è un “sì”, mentre i socialisti incassano un risultato interlocutorio e insoddisfacente.
Difficile dire se i cittadini bulgari abbiamo perdonato e dimenticato così in fretta gli scandali, la corruzione e la cattiva amministrazione: di certo, al momento non vedono alternative valide nell'opposizione storica, né nuovi movimenti o leader politici in grado di rivaleggiare con Borisov. L'esigua base elettorale su cui poggiano i risultati delle europee, però, dovrebbe indurre le forze al potere alla prudenza: nel paese la voglia di cambiamento resta palpabile, e potrebbe coagularsi in fretta intorno ad un progetto o ad un leader credibile.
--- Termina citazione ---
Frank:
https://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/Hasankeyf-l-acqua-alla-gola-194470
--- Citazione ---Hasankeyf: l’acqua alla gola
Nel mese di giugno diverrà operativa in Turchia la diga Ilisu. Spariranno per sempre sott'acqua un centinaio di villaggi. Tra questi anche il simbolo di questo disastro sociale ed ambientale, la città di Hasankeyf e le sue millenarie architetture. Un reportage
29/05/2019 - Francesco Brusa
La decisione, insindacabile, viene comunicata per mezzo di una telefonata. "È stata costruita per voi una casa sull’altra sponda del fiume. Prendere o lasciare". I più prendono, che cosa si potrebbe fare altrimenti? C’è chi, invece, magari si è già spostato verso centri più grandi, come Batman, a circa 40 km di distanza. In ogni caso, per quelli che decidono di accettare la proposta del governo, sembra esserci un prezzo da pagare: le “case sull’altra sponda” sono nuove, appena edificate, e – in fin dei conti – valgono più di quelle vecchie, millenarie, che stanno dall’altra parte. C’è quindi da saldare la differenza: “Prendere o lasciare”.
Hasankeyf, cittadina di circa 7000 abitanti scavata nelle rocce della valle del Tigri, sta per essere completamente evacuata. I suoi monumenti sono stati smembrati pezzo per pezzo e ricomposti altrove, oppure sono stati ricostruiti ex-novo, oppure ancora lasciati dove l’acqua li sommergerà a breve. La diga Ilisu – progettata per la prima volta nel 1954, rievocata da Erdoğan e autorizzata nel 2006 – diventerà operativa a giugno di quest’anno. L’innalzamento del fiume provocherà la scomparsa di più di un centinaio di villaggi, lo spostamento di migliaia di persone, pericolosi cambiamenti idrogeologici, mutazioni microclimatiche poco (o per nulla) studiate. E, secondo le stime, una produzione di energia elettrica di 3800 Gwh all’anno.
Una città simbolo
"Non è tanto importante il fatto che perdiamo il lavoro o le nostre occupazioni. Quello che lasciamo sono le nostre radici, lasciamo 10.000 anni di storia!". Il piccolo bar all’aperto di Süleyman si trova nella parte alta della cittadina, dove la strada in salita lascia spazio alle dritte pareti di roccia e si trasforma in stretti canyon che si incuneano fra le montagne. Attorno alle sedie rosse, oltre alla vista mozzafiato, c’è il filo spinato che delimita l’area dei lavori in corso. "Come tutti, la notizia l’abbiamo saputa attraverso i social media. Poi abbiamo ricevuto la telefonata da parte dell’amministrazione, che ci proponeva una casa nella nuova Hasankeyf".
Le principali attività del villaggio curdo sono l’agricoltura e l’allevamento. Ma, nel corso del tempo, si è sviluppato anche un forte afflusso di turisti e molti degli abitanti hanno dunque aperto esercizi di ristoro o negozi di artigianato. Niente di invasivo o eccessivamente posticcio: superato il ponte sul Tigri, la “zona turistica” - se così si può chiamare – si estende sulla destra in uno stretto e corto vialetto che in breve tempo si conforma ai giardini e alle modeste abitazioni del villaggio. Artukidi, hurriti-mitanni, assiri, urartu, medi, persiani, romani, sasanidi, bizantini, selgiuchidi, ayubbidi e ottomani: sono innumerevoli le civiltà che si sono insediate a Hasankeyf e che hanno lasciato le proprie tracce. In generale, gli abitanti sanno di essere “cittadini di un simbolo”. Simbolo di una storia millenaria che si radica nella terra, cittadini di una patria immateriale che prende forma nella solidarietà di chi si sente curdo e condivide le medesime sorti di segregazione e invisibilità.
Ribaltare lo sguardo
"Ecco, vedi là sopra? Io da bambino vivevo vicino al castello, nella parte alta della città". Adesso Mafhuz Akgül abita a Batman. Già militante del partito HDP, ora nel consiglio comunale di Hasankeyf, fa parte anche del Centro per l’Ecologia della Mesopotamia. Ripercorrere con lui le strade del villaggio significa ripercorre una parabola biografica e politica insieme. "I centri che verranno sommersi dalla diga sono 199. Per la nostra lotta, abbiamo puntato su Hasankeyf perché la sua immagine era la più spendibile, anche a livello internazionale. Purtroppo, la nostra richiesta di farne un Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco non è stata accettata: “solo” 9 criteri approvati su 10".
Mafhuz ha lo storico delle decisioni e dei numerosi ricorsi nella sua macchina. Continua a “guidare” chiunque glielo chieda attraverso la storia della città e delle battaglie che sono state intraprese per salvarla. "Abbiamo prodotto dei dossier, abbiamo formato dei comitati e organizzato sit-in nel villaggio. Nel 2012 mi hanno accusato di terrorismo e sono rimasto in carcere per un anno e mezzo". Ma perché a Hasankeyf vince l’AKP? A differenza infatti di altri centri dell’area orientale della Turchia, non c’è stato “bisogno” di imporre il commissariamento. Il partito di Erdoğan è saldamente al controllo del villaggio. "È stato disposto un rimescolamento delle circoscrizioni. Vedi quella parte della città che si trova appena dopo il ponte? Ecco, loro per esempio hanno votato a Batman. Viceversa, abitanti di altri villaggi – che magari non conoscono la causa di questo centro o non le sono vicini – hanno votato alle urne di Hasankeyf".
Quello che Erdoğan ottiene attraverso l’attivazione della diga di Ilisu sono sostanzialmente tre cose: un maggiore controllo nell’area della Turchia orientale, un parziale annullamento della storia e dell’identità curde, una leva di “ricatto” verso le popolazioni curde del nord della Siria e dell’Iraq, che sarebbero interessate da una potenziale chiusura o riduzione dell’approvvigionamento idrico.
Nel corso degli ultimi anni, in realtà, Hasankeyf di visibilità ne ha ottenuta molta. La sua vicenda chiama in causa importanti questioni geopolitiche e la stampa, anche internazionale, si è interessata alla zona con reportage, servizi e documentari.
"Ma non è questo che conta!", dice uno degli accompagnatori (che non risiede nell’area), tra il serio e il faceto. "Si è fatto di Hasankeyf una questione politica, e lo è. Ma oramai la politica è tutta marketing ed è su quello che bisogna puntare!". Mentre lo dice è davanti alla “Nuova Hasankeyf”. Una distesa di villette “standard”, che si sviluppa sulla sponda opposta del fiume Tigri. Una caserma, la scuola e qualche piazza di cemento appena aggregato. Alcuni monumenti sono già stati trasportati qui e delle persone si fermano a guardarli, non sappiamo se futuri residenti o semplici visitatori. "Immagina un mockumentary girato per questa città fantasma. Sembra che sia stata appena abbandonata. Cos’è successo? Una catastrofe? Gli abitanti non si trovavano bene? Occorre ribaltare lo sguardo. Qui, ora, è la vera Hasankeyf".
Fino alla fine
Pare che nella Nuova Hasankeyf, dove alcuni già vivono e dove sono già in funzione alcuni servizi (come la scuola), l’elettricità sia ancora intermittente e l’attuazione di un vero e proprio piano urbanistico sia lungi dall’essere completato. "Lì è tutto cemento. In più la coltivazione e l’allevamento sono vietati". Eyüp ha ben chiaro quello che attende lui e la sua famiglia. "Non potrò più lavorare e non potrò più continuare l’attività del piccolo punto ristoro che gestisco alla sommità del paese, dove ci sono le cave". Il piccolo spiazzo in cui serve il çay a visitatori e locali mostra la valle nella sua interezza, e il Tigri sembra ormai più una divisione temporale che geografica. "Che cosa mi mancherà di più di Hasankeyf? Le rocce, il panorama, tutto!". A Eyüp fa eco İlyas, che invece ha una locanda proprio a ridosso del fiume. "La storia della diga va avanti da 40 anni e con questa scusa, qui, non hanno mai costruito una fabbrica, una scuola o un ospedale. Lo sappiamo che ci devono spostare, tanto vale che accada in fretta. Meglio che restare in un limbo dove né ci permettono di vivere dignitosamente né ci sgomberano".
Verrebbe da dire che la Nuova Hasankeyf non sarà mai realmente abitata, poiché nessuno sta realmente scegliendo di farlo. La sua cifra è già quella dell’abbandono, ancor prima che venga vissuta e nonostante - almeno in parte – stia funzionando come città. Ma è una mockucittà, l’imitazione di un passato che, per i suoi prossimi “dis-abitanti”, diventa il segno presente di un’oppressione. "Sono tutte bugie", dice senza mezzi termini Mehmet, uno degli ultimi tessitori dell’area. "Non è vero che devono veramente far passare la diga da qua, potevano tracciare un percorso diverso oppure mantenere il livello del fiume più basso. Vogliono solo distruggere la nostra storia e la nostra cultura. Io, comunque, resterò qua fino all’ultimo. Rimarrò qui col mio corpo, fino a quando non avrò l’acqua alla gola". Con la mente e col cuore, sicuramente anche oltre.
--- Termina citazione ---
Vicus:
Un villaggio millenario e questi lo inondano con un progetto degli anni '50. E' successo anche in Italia con questi risultati:
Frank:
https://www.eastjournal.net/archives/98294
--- Citazione ---STORIA: 4 giugno 1989, le prime elezioni semilibere in Polonia
Donatella Sasso 6 ore fa
Le elezioni semilibere del 4 giugno 1989 in Polonia, frutto di un poderoso lavoro di concertazione e dialogo, non arrivarono come un fulmine a ciel sereno, ma sicuramente rappresentarono uno stravolgimento radicale all’interno di una società avvezza a consultazioni blindate e a una democrazia imbavagliata.
L’evento passò, tuttavia, in secondo piano all’estero perché in quegli stessi giorni l’attenzione dei media internazionali era rivolta a Pechino, in Piazza Tienanmen. Dopo quasi due mesi di contestazione alla leadership comunista da parte di studenti, intellettuali e operai, proprio nella notte fra il 3 e il 4 giugno la protesta fu repressa nel sangue dall’esercito popolare di liberazione, che provocò migliaia di vittime, il cui numero complessivo è ancora ignoto. Con gli occhi puntati sulla Cina, la schiacciante vittoria di Solidarność alle elezioni non ebbe l’attenzione dovuta, ma rappresentò ugualmente un evento epocale che innescò un sommovimento silenzioso quanto irreversibile conclusosi con l’abbattimento del Muro di Berlino, il 9 novembre, e con le transizioni verso la democrazia negli altri paesi dell’Europa centro-orientale.
Le elezioni polacche rappresentarono la felice conclusione di un lungo cammino di dissenso e opposizione, sorto con la morte di Stalin nel 1953 e le denunce di Chruščëv alla sua politica durante il XX Congresso del Pcus nel 1956, ma che ebbe un’improvvisa accelerazione tra il 1988 e il 1989. Durante il XIX Congresso del Partito, nell’estate del 1988, Michail Gorbačëv sancì formalmente la rinuncia all’inferenza negli affari interni dei paesi del Blocco sovietico e, il 7 dicembre, di fronte all’Assemblea dell’Onu, annunciò il ritiro di truppe e mezzi militari dagli stati satelliti.
In questo clima di rinnovamento, che coincise con la ripresa degli scioperi in Polonia, il 6 febbraio 1989 si aprì a Varsavia, presso la sede del Consiglio dei ministri, una lunga discussione che verrà ricordata come la trattativa della Tavola Rotonda per via dell’enorme tavola, attorno alla quale si sedettero esponenti delle istituzioni al potere, della Chiesa e dell’opposizione. I lavori, aperti dopo mesi di trattative segrete fra la parti, affrontarono tre grandi temi: riforma politica, pluralismo sindacale e partitico, obiettivi economici e sociali; presiedettero i dibattiti Lech Wałęsa e Czesław Kiszczak, ministro degli Interni. Fra i rappresentanti di Solidarność presenti al prestigioso tavolo, ciascuno con una propria storia di lotte sindacali, detenzione, isolamento, vi furono nomi di grande rilievo: Tadeusz Mazowiecki, futuro primo ministro, Marek Edelman, unico comandante sopravvissuto all’Insurrezione del Ghetto di Varsavia nel 1943, Jacek Kuroń e Adam Michnik, fondatori nel 1976 del Kor, il Comitato di difesa degli operai.
Le discussioni furono accese e spesso ostiche, con riserve soprattutto da parte governativa, riluttante a cedere parte del proprio potere e assecondare le richieste di pluralismo. Tuttavia si conclusero in maniera del tutto positiva il 5 aprile con la sottoscrizione di un accordo storico: dopo nove anni di illegittimità Solidarność tornava a essere legale – la registrazione ufficiale avvenne il 16 a Varsavia –, fu istituito il Senato e fu introdotta la carica di Presidente della Repubblica in sostituzione di quella di Segretario generale del Partito. Alla denominazione di Repubblica Popolare di Polonia fu tolto l’aggettivo “popolare” quale chiara presa di distanza dall’eredità sovietica. Si stabilirono, infine, le regole delle elezioni indette per inizio giugno: al Sejm, la Camera dei Deputati, il 65% dei seggi fu assicurato ai comunisti, mentre al Senato non furono imposti vincoli. Per la Presidenza della Repubblica fu concessa la sola candidatura di Wojciech Jaruzelski.
Tra aprile e maggio la Polonia si trovò in una inedita e irripetibile congiuntura che le permise non solo di determinare il proprio destino, ma anche di influenzare quello dei paesi fratelli. Infatti, pur trattandosi di elezioni parzialmente libere, aprivano uno scenario di libertà, cui i polacchi erano poco avvezzi, ma che non intendevano sprecare nel nuovo clima di ebbrezza collettiva. Wałęsa concentrò ogni sforzo per recuperare consenso presso i suoi concittadini, a partire da quei dieci milioni di lavoratori che, fra il 1980 e il 1981, si erano iscritti a Solidarność.
La campagna elettorale si svolse fra entusiasmi e incertezze: il regime era ancora in vigore e, nonostante le notevoli aperture, l’esito delle elezioni rimaneva incerto. Per questo la diffusione di volantini e manifesti elettorali non fu così capillare, ma la creatività degli autori dei testi, di grafici e disegnatori raggiunse livelli molto alti.
In maggio, Adam Michnik fondò la «Gazeta Wyborcza», la gazzetta elettorale, nata, come rivela il nome, per le imminenti votazioni, ma che ancora oggi è uno dei principali quotidiani in Polonia. La macchina per la campagna elettorale a favore di Solidarność si mise in moto molto in fretta, cercando di sfruttare tutte le suggestioni più care ai polacchi.
Da sempre il cinema americano aveva esercitato presso molti di loro un fascino particolare. Da qui l’intuizione del grafico Tomasz Sarnecki che riprese per un volantino l’immagine di Gary Cooper nei panni del protagonista di Mezzogiorno di fuoco. Oltre al fotogramma, riportava la scritta di Solidarność in alto e sopra la stella da sceriffo dell’attore, nella mano destra, a coprire la pistola, un foglio con la scritta wybory (elezioni), quindi il titolo del film, che nella versione polacca suona solamente come A mezzogiorno e, infine, la data delle elezioni. In breve divenne il simbolo più vivo della ritrovata democrazia, trasformandosi, in maniera del tutto inaspettata, in un’icona del Novecento. Nel 2010 fu addirittura esposto al Moma di New York per la mostra Polish Posters.
A pochi, però, è noto che le copie del volantino furono stampate a Modena dalla tipografia Coptip, legata a una cooperativa finanziata dal Partito comunista italiano, che offrì buone condizioni economiche e tempi rapidi. I dipendenti vi lavorarono assiduamente con passione. Tutti, ancora oggi orgogliosi del lavoro svolto, ne rimasero coinvolti da un punto di vista emotivo e ideale. La solidarietà internazionale fra lavoratori prevalse sulle convinzioni ideologiche che stavano, in ogni caso, frantumandosi ineluttabilmente.
I risultati elettorali furono forse prevedibili, ma certamente entusiasmanti per quanti avevano lottato per il pluralismo, la libertà e il consolidamento delle istituzioni democratiche appena riconquistate. Al Sejm Solidarność ottenne l’intera percentuale disponibile e al Senato raggiunse il 99% dei seggi. Jaruzelski fu eletto dalle Camere unite presidente della Repubblica per un solo voto di differenza.
Dopo un lungo e articolato dibattito parlamentare, alle 13.09 del 24 agosto 1989, Tadeusz Mazowiecki, di formazione saggista e giornalista, fu eletto primo presidente del Consiglio non comunista dalla fine della guerra. Sulla sua candidatura vi fu la convergenza non solo dei suoi sostenitori, ma anche del partito contadino Zsl, dei 27 deputati del gruppo democratico Sd e di 23 esponenti delle formazioni cristiano-marxiste Pax, Uchs e Pzks, già militanti nella precedente coalizione di regime. Solo 37 deputati su 460 risultarono assenti.
--- Termina citazione ---
Frank:
https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bosnia-Erzegovina-corruzione-nella-magistratura-194975
--- Citazione ---Bosnia Erzegovina: corruzione nella magistratura
Uno scandalo di corruzione coinvolge il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, un poliziotto e uomo d’affari. L’ennesimo episodio del malfunzionamento dello stato in Bosnia Erzegovina e i tentativi per insabbiarlo
04/06/2019 - Ahmed Burić Sarajevo
Sarebbe sbagliato affermare che la Bosnia Erzegovina sia scossa da uno scandalo di corruzione che vede protagonista il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Milan Tegeltija. Perché una società non può rimanere veramente scossa se non c’è un’opinione pubblica (sensibilizzata), ovvero se non succede quel Qualcosa che dovrebbe succedere quando trapela un video che mostra il presidente del più alto organo giudiziario del paese mentre discute – in presenza di un ispettore di polizia che funge da tramite – con un uomo che chiede che un procedimento penale ormai da tempo avviato nei suoi confronti davanti al tribunale di Sarajevo venga velocizzato, cioè concluso.
Dunque, nel video in questione, pubblicato sul portale Žurnal, compaiono un uomo d’affari, Nermin Alešević, e un ispettore di polizia, Marko Pandža. Il poliziotto porta l’uomo d’affari da un giudice di Banja Luka, Milan Tegeltija. Quest’ultimo ascolta l’uomo d’affari, chiede il numero di ruolo del procedimento, e poi chiede che tale numero venga riferito al poliziotto che ha organizzato l’incontro. Una volta andato via il giudice, l’uomo d’affari conta 2000 euro e li dà al poliziotto, il quale gli promette che il giudice, tramite una sua collega a Sarajevo, “risolverà” il problema.
Solo nove giorni dopo la pubblicazione del video, l’Agenzia per la sicurezza nazionale (SIPA) ha sospeso temporaneamente, fino alla conclusione delle indagini, l’ispettore di polizia, uno dei tre protagonisti di questo scandalo denominato “Potkivanje” [Ferratura]. Il giorno successivo, la Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura ha avviato un procedimento disciplinare contro il giudice Tegeltija.
All’indomani dell’avvio del procedimento disciplinare nei suoi confronti, Tegeltija ha reso noto che “se ne va in ferie”, aggiungendo che ritiene di non aver commesso alcuna infrazione disciplinare e che non si sente responsabile in alcun modo. Alcuni giorni prima, durante una seduta straordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura, Tegeltija aveva esposto l’intero caso agli altri 13 componenti del Consiglio.
Nonostante abbia ricevuto il sostegno unanime dei colleghi, Tegeltija non ha compiuto alcuna azione concreta, né tanto meno ha cercato di mettere in moto il procedimento di cui sopra. La procura – in linea con il suo ruolo di complice nella derisione della giustizia in Bosnia Erzegovina – ha continuato a rimandare qualsiasi intervento e ha fatto (e continua a fare) di tutto per insabbiare lo scandalo, come già avvenuto molte volte in passato.
E come avviene quasi sempre: si chiude un occhio di fronte a una palese criminalità e ci si aspetta che i giudici praticamente accusino se stessi.
Tutti i paradossi del sistema giudiziario della Bosnia Erzegovina sembrano essere racchiusi in questo caso che definitivamente non dovrebbe rimanere irrisolto, nonostante sia soltanto la punta dell’iceberg.
Il tentativo di insabbiare lo scandalo però è fallito perché i tre principali organismi internazionali presenti in Bosnia Erzegovina – la missione OSCE, l’ambasciata degli Stati Uniti e la delegazione dell’UE – hanno inviato una lettera al presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, nella quale si legge, tra l’altro, che “si ha l’impressione che il Consiglio, nel prendere le sue decisioni, sia guidato da ragioni politiche o di altro tipo”.
Tale tono diplomatico è quasi sempre accompagnato da una quantità insopportabile di eufemismi, ma dal momento che tutte e tre le istituzioni internazionali hanno firmato suddetta lettera, ci si può aspettare che il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, una volta rientrato dalle “ferie”, non torni al suo lavoro (sovrapagato) bensì venga sottoposto a indagini.
Ma solo se su questa vicenda dovesse insistere la comunità internazionale. Perché la magistratura bosniaco-erzegovese, impigritasi nella posizione ideale di chi gode dei massimi diritti con i minimi doveri, da sola non risolverà alcun caso importante. Almeno finché “funzionerà” la corruzione, che al momento funziona molto meglio dello stato, perché si è insinuata nelle più alte istituzioni statali.
Proprio come dice Bakir Izetbegović, leader del più grande partito dei musulmani bosniaci (il Partito di azione democratica, SDA), la cui ottusità è superata solo dal suo cinismo. Come se non avesse contribuito in alcun modo all’attuale situazione e come se essa non lo riguardasse affatto, Izetbegović sostiene: “Tutti in Bosnia Erzegovina concordano sul fatto che il sistema giudiziario non goda di buona salute e che per questo l’Unione europea debba intervenire”.
Se non fosse tragico, sarebbe comico. Il leader del più grande partito del paese dice che il paese non funziona e che lui non c’entra nulla.
Nel frattempo, l’entità della Republika Srpska, con l’aiuto della Russia e della Serbia, si sta preparando per diventare uno stato indipendente. A giocare a suo favore sono le trasformazioni globali, tali per cui quello che vale oggi domani non varrà più (come ad esempio la folle politica estera di Trump), nonché il fatto che l’attuale leadership bosgnacca, se dovesse trovarsi ad affrontare il rischio della dissoluzione della Bosnia Erzegovina, cercherebbe di salvare se stessa anziché il paese. O meglio, esorterebbe alla difesa del paese, ma al contempo cercherebbe disperatamente di preservare il capitale accumulato rubando durante (e dopo) la guerra.
È in questa chiave che bisogna leggere l’attuale situazione in Bosnia Erzegovina: ci si aspetta che la comunità internazionale risolva tutti i problemi interni.
Ciò non è mai accaduto nella storia dell’umanità. E non accadrà nemmeno adesso in Bosnia Erzegovina.
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